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GARUFI TANTERI MEMBRO DEL MOVIMENTO ARTE QUANTISTICA

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Un breve racconto di Salvatore Paolo Garufi Tanteri per iniziare il lettore alla tematica degli universi non comunicanti del mondo contemporaneo

Come i fantasmi

Da "I momenti della vita" - racconti

Come i fantasmi

di Salvatore Paolo Garufi Tanteri

Nei vent’anni in cui Rocco Champagne fu lontano da Malandria, in giro per la Francia a cercar lavoro, si portò dentro tutte le facce del paese e ogni tanto le tirava fuori ad una ad una, come le olive, per superare la malinconia di quelle giornate forestiere, che scappavano via senza sbalzi o novità. Anzi, senza dargli confidenza!

Quando si fermò a Parigi, a fare buchi nel ferro in un capannone sulla strada che porta ai castelli della Loira, finalmente cominciò a fantasticare:

“Con che nomignolo mi chiameranno adesso, quei bastardi degli amici del bar New York?… Rocco Merde? Rocco Pardon? Rocco Champagne?… Chissà!”

Era questa la domanda invariabile che si faceva ogni mattina, tra le sei e le sei e mezza, sull’autobus che lo portava al lavoro.

Altrettanto invariabile era la risposta che si dava:

“Se il pecco me l’ha messo mio compare Crocifisso Mazzacanagghia, anti-iuventino com’è, la risposta è facile… Rocco Merde! A me, invece, piacerebbe Rocco Champagne!”

Andò così finché non conobbe Colette.

Con lei, almeno, faceva all’amore di tanto in tanto, scordandosi del paese.

Quindi, se la sposò e pensò di fermarsi per sempre in una piccionaia umida poco fuori città, che volenterosamente chiamò casa.

Non durò molto. Colette era quella che era, una perbenista che buttava fango su Malandrìa e su tutta la Sicilia…

“Gente brutta!” diceva. “Gente malvagia!”

Così, i fichidindieti, gli aranceti, gli uliveti, la pasta coi finocchi, i cannoli di ricotta, gli arancini al ragù e l’intero dizionario di parolacce che, quotidianamente, più del Sole, gli scaldavano il sangue… Rocco se li nascose nel cuore, come reliquie dentro un santuario.

E nascose pure i volti degli amici del bar.

Soltanto di suo compare Mazzacanagghia parlava qualche volta alla moglie, ignorandone l’aria disgustata… perché, degli amici, Mazzacanagghia era il più amico…

Tutto questo finché nacque Lia, cioè la bambina che gli diede Colette.

Malandrìa, Mazzacanagghia e il bar, a quel punto, diventarono sfumature lontane, presenze impalpabili e impronunciabili… fantasmi sotto il grigio cielo francese, dove manco i temporali avevano passione…

Checché ne dicesse il grande Yves Montand!

Un brutto giorno, però, la piccola Lia andò a finire sotto le ruote di una macchina. Così, egli se la riportò a casa, come fosse un gattino morto sul selciato.

Due mesi dopo morì pure il suo matrimonio.

Colette andò via con un olandese – mezzo marinaio, mezzo delinquente… – e poi finì in una casa equivoca di Malta, ancor più giù della Sicilia!

Che doveva fare Rocco, a quel punto?

Vendette tutto e si mise in viaggio per tornare al paese.

Arrivato nella piazza del Municipio con la valigia in mano, si emozionò guardando le pietre e le inferriate panciute dei balconi.

Tutto era rimasto identico a come l’aveva lasciato.

Andò al bar e la prima persona che vide fu proprio Mazzacanagghia. Aveva gli stessi pantaloni e la stessa camicia di vent’anni prima.

“Mazzacanagghia!” gridò Rocco.

Mazzacanagghia lo guardò con un’espressione interrogativa.

“Mazzacanagghia, non mi riconosci?”

Con le mani gli strinse le braccia e prese a ridere, guardandolo negli occhi.

“Sono Rocco… Rocco… il francese!”

“Sssì… certo!” disse Mazzacanagghia, facendo vedere lo sforzo della memoria.

Poi, si grattò il naso ed aggiunse:

“Ma, che ci fai con la valigia appresso?… Devi partire?”

Avete capito, signori, perché Rocco Champagne due ore dopo si suicidò?

Non volle neppure andare a casa di suo fratello Carmelo. Andò direttamente nella campagna vicina al cimitero.

Ma, prima di saltar giù con la corda al collo, si rivolse a Dio:

“Spero che almeno tu, poi, ti accorga di me… se non altro per il cattivo odore!”

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